Spezzare la "Catena della Fame" in Tanzania
Inviato da lia il Mer, 23/12/2009 - 13:30
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di Federico De Filippi
In Tanzania, la grande preoccupazione per la riconversione di terreni agricoli alla produzione di agrocarburanti è già stata manifestata più volte da PELUM (Participatory Ecological Land Use Management) e JOLIT (Joint Oxfam Livelihood Initiative Tanzania), partner della LVIA in Tanzania ed importanti promotori di campagne di advocacy a favore dei contadini.
Pare che nell’ambito dell’apertura della Tanzania al libero mercato ci sia una certa tendenza a cedere larghe fette di terre incolte, o addirittura appezzamenti già in uso, a multinazionali estere per la coltivazione degli agrocombustibili. Dal punto di vista tanzaniano, l’ennesima crisi presenta un fattore esogeno - la crescita continua del prezzo del petrolio e le poche alternative attualmente sul mercato - ed un fattore endogeno - la pronta reazione del governo ad una chiara opportunità di mettersi in luce come nuovo attore sul palcoscenico economico mondiale.
Come dovrebbero affrontare questo nuovo problema i contadini tanzaniani?
La parola d'ordine è "Differenziare!"
In una zona come la Regione di Dodoma, dove opera LVIA, una delle strategie principali dovrebbe essere la differenziazione delle colture e delle attività generatrici di reddito per assicurare alle famiglie rurali un sostentamento sicuro per 12 mesi all’anno. È fondamentale dunque, particolarmente nelle zone semi-aride ad alta variabilità climatica, che i contadini abbiano la possibilità di coltivare prodotti agricoli ben conosciuti, che comportino un basso rischio dal punto di vista agro-ecologico, che siano adattabili a condizioni pedoclimatiche variabili e che diano la garanzia di un ritorno economico adeguato: dal sapere locale, da studi effettuati di recente e dall’esperienza di LVIA in Tanzania, a Dodoma uno dei prodotti che offrono queste possibilità è il sesamo. Nella Tanzania centrale il sesamo è una coltura che sta prepotentemente prendendo piede, grazie al mercato esterno garantito dalla grande domanda di questi prodotto nei paesi asiatici, mediorientali ed europei. I giapponesi lo usano “in tutte le salse”, mentre in Europa ed America viene usato come ingrediente per insaporire il pane. Partendo da questi presupposti, la LVIA, con una folta schiera di partner, ha formulato e implementato il progetto di produzione e commercializzazione del sesamo nella regione di Dodoma, volto a migliorare le condizioni economiche dei contadini proprietari di piccoli appezzamenti di terra (gli “Small Holder Farmers”) favorendone l’accesso al mercato e facilitando un loro dialogo diretto con i diversi attori della filiera del sesamo.La "Catena della Fame": dal piccolo produttore al mercato internazionale il prezzo si moltiplica. Intermediari ed esportatori sempre più ricchi… e i contadini sempre più poveri
Esistono principalmente due ostacoli che oggi impediscono al piccolo produttore di beneficiare di un mercato già esistente ed in crescita.In primo luogo, lo "sfilacciamento" della filiera dei prodotti agricoli: i contadini e i piccoli produttori sono sostanzialmente tagliati fuori dal mercato. La scarsità di mezzi a loro disposizione e l'insufficiente conoscenza delle dinamiche commerciali li pone in balìa di di una quantità innumerevole di di piccoli attori intermediari.
A tutti i livelli, dal villaggio alla grande città, ci sono una serie di “agenti di mercato”, piccoli e medi uomini d’affari, comprano il prodotto direttamente dai contadini - spesso acquistandolo prima del raccolto e pagandolo ad un prezzo molto basso perché il contadino ha urgente bisogno di liquidi - per poi rivenderlo ad un agente più grande: in questo modo, il sesamo passa attraverso diverse maglie della filiera e ad ogni passaggio l'intermediario di turno ne trae profitto, maggiorando il prezzo.
Il risultato di questo meccanismo è che, alla fine della filiera, il prezzo pagato al contadino nel villaggio e il prezzo pagato dalle compagnie d’esportazione differisce in media del 50-80%.
In secondo luogo, il fallimento delle cooperative governative degli anni ‘70 e ‘80 ha bruciato gran parte delle risorse messe a disposizione dal governo per uno sviluppo rurale di stampo socialista, ha lasciato nei contadini tanzaniani la sensazione che “lavorare insieme” non possa dare buoni frutti. Il progetto ha tentato di spostare la posizione dei piccoli produttori all’interno della filiera, affrancandoli dal ruolo passivo di semplici produttori per portarli ad interagire direttamente con le grosse compagnie di esportazione. Non si vogliono stravolgere vita e abitudini del piccolo contadino, ma solo garantirgli la possibilità di ricoprire un nuovo ruolo nella società civile e nel mercato, puntando su colture “ad alto potenziale”. E si vuole che anche gli altri attori del progetto, grossi compratori e fornitori di servizi, possano beneficiare delle dinamiche instaurate, per poter dare sostenibilità al processo.
Una filiera più equa: dare potere di mercato ai piccoli produttori
La LVIA ha proposto ai contadini di coltivare una quantità maggiore di sesamo utilizzando sementi migliorate date a credito, ed una tecnologia migliore, quella della trazione animale, che permette di moltiplicare la superficie coltivata.
Ma il vero successo del progetto è consistito nel formare dei gruppi che potessero attirare capitali di grande spessore direttamente nelle aree rurali, offrendo una massa di prodotto utile alle grandi compagnie. Si sono formati 22 gruppi di contadini in 23 villaggi, per un totale di 1600 membri, ed è stata offerta loro la possibilità di immettere il proprio prodotto direttamente sul banco dei grandi del mercato: nel primo anno di implementazione, 111 tonnellate di sesamo sono state vendute da 700 contadini ad un unico compratore (Fahmeeda, giovane donna d’affari di Dodoma) ad un prezzo del 30-50% maggiore di quello usuale, con un grande vantaggio in termini di aumento di reddito per i contadini, che finalmente si sono visti pagare il proprio prodotto ad un giusto prezzo.
La lezione che abbiamo imparato da questa esperienza è che per promuovere la sicurezza alimentare e la lotta alla povertà è importante fare massa critica intorno alle filiere di produzione locale. Il sesamo è stato, in realtà, la porta dalla quale siamo entrati, dimostrando che se ci si unisce si ha più forza, qualsiasi prodotto si voglia vendere: infatti quest’anno proveremo a vendere insieme anche arachidi e girasole.
Non si può vivere di solo sesamo: in primo luogo si tratta di una coltura che dipende da un mercato mondiale, e quindi è soggetto a sbalzi di prezzo che lo potrebbero rendere pericoloso se adottato come monocoltura, in secondo luogo non è un alimento primario delle popolazioni tanzaniane, quindi può aiutare marginalmente in casi di insicurezza alimentare.
Ancora si dimostra che differenziare è fondamentale. Però il sesamo ci ha dato l’occasione di dimostrare ancora una volta che lavorare insieme da frutti importanti (Umoja ni Nguvu-L’unione fa la forza in swahili) e che unendosi i piccoli produttori possono avere una voce sola, non soltanto per reclamare sacrosanti diritti ma anche per ricoprire un ruolo di rilievo nel mercato ottenendo condizioni economiche di molto migliori.
Questa notizia riguarda il progetto:
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| Articolo dal Notiziario Volontari LVIA | 785.75 KB |




