Kenya - Scheda Paese

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Il Kenya è situato nell’Africa orientale e confina a Nord con l’Etiopia e il Sudan, a est con la Somalia e l’Oceano Indiano, a Ovest con l’Uganda ed a Sud con la Tanzania.
Ha una superficie di 582.650 km2, pari a quasi due volte l’Italia. Il territorio può essere diviso, a grandi linee, in quattro zone: la fascia costiera, stretta e pianeggiante; la Rift Valley e gli altipiani, che l’abbondante presenza di acqua rendono la zona più fertile del paese; la parte occidentale, costituita da un altipiano ondulato dove le terre coltivate del lago Vittoria si trasformano, muovendosi verso sud, in steppa e savana adibite prevalentemente a pascolo; la parte nord-orientale, costituita da vasta area montuosa di steppa, savana e deserto. Solo un terzo della superficie kenyota è coltivabile. Dal punto di vista climatico, esistono nel Paese notevoli differenze. Si passa dal clima caldo umido della costa e delle zone occidentali, al clima più temperato della Rift Valley, al clima arido delle regioni nord orientali. Sono presenti due stagioni delle piogge: una lunga, tra marzo e maggio, ed una breve, tra ottobre e dicembre.
Il Kenya è una repubblica multipartitica. Il potere esecutivo è in mano al presidente, mentre il potere legislativo è assegnato ad un’assemblea di rappresentati. Il potere giudiziario non è più indipendente da quello politico dal 1987, quando una modifica della Costituzione diede al Presidente il potere di licenziare i giudici senza ricorrere al tribunale. Dal punto di vista amministrativo il territorio nazionale è suddiviso in 7 province, più l’area di Nairobi. Il Kenya raggiunse l’indipendenza dall’Inghilterra nel 1963, a conclusione di un lungo processo di rivendicazioni economiche e politiche che divennero più acute negli anni ’50 con una serie di rivolte armate (la più sanguinosa fu quella capeggiata dai Mau Mau che causò la morte di oltre 13.000 africani). A capo del movimento di lotta politica vi fu Jomo Kenyatta che diventò il primo presidente della repubblica. Sotto la sua presidenza, che durò sino alla sua morte, nel 1978, il Kenya divenne una delle nazioni più ricche e stabili di tutta l'Africa.
Gli successe Daniel Arap Moi, membro della tribù Tugen. Il governo di Moi fu caratterizzato da tensioni interne e dissensi. Nel 1982 le unità aeronautiche della Kenyan Air Force tentarono di rovesciare il governo con un colpo di stato che fu però sventato. Le richieste da parte della società di un pluralismo democratico si intensificarono e raggiunsero il culmine tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90, quando anche gli organismi internazionali esercitarono le loro pressioni sospendendo gli aiuti finanziari a favore di Moi. Come conseguenza, fu reintrodotto il multipartitismo, scomparso nel 1964 con l’autoscioglimento del principale partito d’opposizione, e furono indette le prime elezioni presidenziali. Le spaccature all’interno dell’opposizione e le azioni realizzate dal presidente Moi per conquistare il favore degli elettori fecero sì che l’opposizione fosse sconfitta sia nel 1992, sia nelle successive elezioni del 1997. Nell'agosto del 1998, i terroristi bombardarono le ambasciate americane di Nairobi e Dar es Salaam (in Tanzania), uccidendo più di 250 persone e ferendone più di 5.000. All’inizio del 2003 si sono svolte le elezioni presidenziali vinte, dopo 24 anni di presidenza di Arap Moi, da Mwai Kibaki, rappresentate del Partito Democratico del Kenya, che sconfisse il rappresentate del partito Kanu, Uhuru Kenyatta (figlio dell'ex presidente Kenyatta) e indicato dallo stesso Moi come suo successore. Dopo circa un anno dalla vittoria elettorale di Kibaki il Paese aveva già fatto notevoli passi avanti sul fronte della credibilità internazionale, ricevendo pertanto aiuti dalle istituzioni internazionali.
Le ultime elezioni, svoltesi nel dicembre 2007, hanno visto lo scoppiare di nuovi disordini tra la popolazione, che ha contestato il risultato, di dubbia legittimità, e che ha assegnato la vittoria al presidente uscente Mwai Kibaki contro il principale leader all'opposizione Raila Odinga. Dopo circa due mesi di disordini, la crisi sembra essere rientrata: nel marzo 2008 i due leader hanno firmato il patto proposto da Kofi Annan che prevede la creazione della carica di Primo Ministro e la sua assegnazione a Odinga.
Dal punto di vista demografico il Paese ha una popolazione di quasi 37 milioni di abitanti (The World FactBook stime di luglio 2007), quasi tutti africani (esistono infatti limitate ma influenti minoranze asiatiche, arabe ed europee). La popolazione africana si suddivide in oltre 40 tribù che possono essere distinte in tre grandi gruppi in base all’appartenenza linguistica: i Bantù, i Nilotici e Cusitici. Le principali tribù bantù sono: Kikuyu, Meru, Gusii, Embu, Akamba, Luyha e Mijikenda. Le principali tribù nilotiche sono: Masai, Turkana, Samburu, Pokot, Luo e Kalenjin.
Il tasso di natalità è 40 nascite/1000 ab.; il tasso di mortalità è 15 morti/1000 ab. e, complessivamente, la popolazione cresce ad un tasso pari al 2,79% annuo (stime di luglio 2007). L’aspettativa di vita alla nascita è poco superiore ai 47 anni (HDR 2006). L’AIDS è un grave problema per il Paese dove si contano 150.000 morti all’anno (stime del 2003).
La religione predominante nel paese è quella protestante (40% della popolazione), seguita da quella cattolica (30%), musulmana (23%) e altre religioni animistiche africane (7%).
Il tasso di scolarizzazione, definito come la percentuale della popolazione con età superiore ai 15 anni che sa leggere e scrivere, è relativamente alto: 85,1% (90,6% uomini; 79,7% donne), (stime del 2003).
Economicamente, il Kenya ha un PIL pari a più di 34 miliardi di dollari e un Pil pc pari a 1100 dollari (stime del 2004). Il settore principale continua ad essere l’agricoltura che, sebbene abbia visto diminuire la sua importanza a favore del turismo e dell’industria, produce il 19,4% del PIL e occupa il 75% della forza lavoro (stime del 2003). Le esportazioni agricole costituiscono circa il 50% dell’export kenyota e i prodotti principali esportati sono il caffè ed il te. A partire dal 1993, supportato dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale, il governo intraprese una politica di liberalizzazione dell’economia che portò alla riduzione delle barriere doganali, dei controlli sui capitali e del settore pubblico, determinando una forte ripresa dell’economia nel biennio 95-96 (tassi di crescita del 4-5% annuo). Nel biennio successivo l’economia rallentò bruscamente a causa della crisi del settore agricolo e del turismo. Nel ’97 il FMI interruppe gli aiuti finanziari per il rifiuto del governo ad approvare misure anti-corruzione. Gli aiuti sono ripresi solo nel 2000 per fare fronte agli effetti della grave siccità. Malgrado il ritorno delle piogge nel 2001, la corruzione, la debolezza dei prezzi dei prodotti esportati sui mercati internazionali e il basso livello di investimenti hanno limitato la crescita economica del 2001 che si attestata sull’1%. Attualmente gli aiuti internazionali hanno un ruolo importante ma a seguito degli scandali in merito alla corruzione del governo Kibaki, la WBe il FMI hanno sospeso aiuti e prestiti in modo da ostacolare l’azione del governo. Ciononostante non pare che gli scandali abbiano influito negativamente sulla crescita economica del paese, il tasso di crescita si è infatti attestato nel 2006 attorno al 5% (The World Factbook 2006).
   

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