A Maputo crolla una montagna di rifiuti, risultato di uno sviluppo non sostenibile. LVIA continua ad operare per la gestione dei rifiuti nella città africana.

Mar, 06/03/2018
Un contributo dalle volontarie LVIA Simona Mortoro ed Anna Romboli
Lunedì 19 febbraio la notizia della lixeira si è diffusa in tutto il mondo, quasi come se si trattasse di un terremoto o di un uragano. Una tragedia presentata come naturale, ma che di naturale non ha nulla. Lunedì 19 febbraio è stata una giornata triste per il Mozambico, che ha riportato a galla una situazione complessa, composta da problematiche diverse e interconnesse, tutte estremamente importanti e urgenti. Questioni sulle quali LVIA lavora dal 2005, quando diede vita a un progetto per contribuire concretamente al miglioramento delle condizioni socio-economiche della popolazione dei quartieri adiacenti alla discarica di Hulene.

Negli anni successivi, LVIA è entrata in contatto con le molteplici problematiche economiche, sociali e ambientali che colpiscono la popolazione dei quartieri vicini alla discarica, stimolando l’avvio di nuovi progetti e la creazione di nuove soluzioni, come la scuola materna di Mavalane, nata per dare un’alternativa ai bambini della lixeira, e le cooperative di catadorescostituite per dare un’opportunità a chi normalmente vive ai margini della società, stimolando la raccolta selettiva e rivendita dei rifiuti riciclabili.

Allo stesso tempo, LVIA ha lavorato con le istituzioni locali, sia a livello municipale che nazionale, per contribuire alla creazione di un quadro legale che favorisca il riciclo dei rifiuti e rafforzare le capacità locali necessarie per installare processi adeguati di gestione dei rifiuti solidi urbani.

Sono già passate due settimane dalla notte in cui, in Maputo, capitale mozambicana, 17 persone che vivevano a ridosso della unica, vecchia e stanca discarica di Hulene, nella prima periferia urbana, sono rimaste sotterrate sotto una montagna di rifiuti appesantita dalla pioggia particolarmente intensa che si è riversata sulla città la notte di domenica 18 Febbraio.

Quella notte, una parte della “montagna” di rifiuti accumulati nella lixeira di Hulene è collassata su case e baracche circostanti, dimore di cittadini che da anni convivevano, a pochi metri, con il grande deposito di materiali dismessi, subendone conseguenze gravissime in termini di salute per la continua esposizione a fumi tossici e ad acque inquinate.

Inserita fra le 50 discariche a cielo aperto più grandi del mondo, la lixeira di Hulene è un enorme cumulo di rifiuti che occupa un’area di 17 ettari (si depositano qui  tutti i RSU raccolti dalle strade e case della capitale dal  1972).

Nella discarica ci siamo arrivati, come LVIA, nel lontano anno 2005 perché li operavano le persone con le quali avevamo scelto di tracciare un cammino, i catadores, raccoglitori informali di rifiuti che, nei luoghi pubblici, raccolgono materiali per generare valore attraverso la commercializzazione degli scarti riutilizzabili di residui.

È grazie alla loro presenza che la montagna maleodorante alla periferia di Maputo diventa un luogo estremamente movimentato, animato da fuochi sparsi e scalato ininterrottamente da centinaia di persone di tutte le età che continuamente controllano, scelgono e trasportano tutto ciò che si può riutilizzare, consumare o rivendere.
La discarica di Hulene, come molte altre in diversi paesi in via di sviluppo, è pertanto da sempre stata luogo di attrazione per le fasce più povere della popolazione urbana che della raccolta in discarica fanno la propria fonte di sopravvivenza. Negli anni tutto è cresciuto proporzionalmente: la città, i rifiuti prodotti, e i catadores.

Le testimonianze dei presenti riportano un lungo ritardo nell’arrivo dei soccorsi, giunti sul luogo della tragedia solamente alcune ore dopo, e una scarsa operatività nella gestione dell’emergenza. La disorganizzazione generale nel coordinamento dei vari attori coinvolti (fra gli altri: Polizia, Vigili del Fuoco, Protezione Civile e Croce Rossa), e i problemi generati dall’indisponibilità di mezzi di escavazione adeguati, ha fatto sì che i primi a mobilitarsi per la ricerca e il recupero delle vittime siano stati gli stessi residenti :“Siamo stati noi, la popolazione, che usando mani, picconi e pale, abbiamo cercato di salvare le persone, perché i soccorsi sono arrivati tardi [...] Abbiamo richiesto la macchina escavatrice e ci hanno risposto che non c’era combustibile [...]”. Ciò che di fatto più ha sconcertato, subito dopo l’accaduto, a livello di reazioni locali, è stata la totale assenza di presa in carico di responsabilità.

A distanza di due settimane sembra finalmente esistere un piano, una decisione, e un’azione in corso. In questi giorni si stanno facendo evacuare le famiglie che occupano la fascia prossima alla discarica, demolendo le infrastrutture, precarie e insicure. Le autorità stanno provvedendo alla messa in sicurezza della popolazione a ridosso della discarica e solo venerdi 3 marzo sono state demolite 120 case.

 
Il Governo sostiene di avere emesso vari avvisi e imposto divieti ad abitare nelle zone adiacenti alla discarica, ma di fatto le ha sempre tollerate.
Esistevano a ridosso della discarica di Hulene anche diverse case in materiale ‘migliorato’ - è qui così definita l’abitazione fatta di mattoni e coperta almeno con tetto di  lamiera - e addirittura una piccola impresa legata alla commercializzazione dei materiali reciclabili recuperati in discarica.
 
Si prevede che il processo di riallocazione interesserà in tutto circa 300 famiglie, una quarantina delle quali sono state accomodate in tende subito dopo la tragedia in un centro montato per l’accoglienza e installato nel limitrofo Bairro Ferroviário. Altre famiglie a rischio vi sono state trasferite nei giorni seguenti. Per loro sono state lanciate diverse iniziative di solidarietà. Sono famiglie spezzate, rase letteralmente al suolo: c’è chi ha perso un marito, una sorella, un figlio. C’è persino una famiglia che nell’incidente ha perso sei dei suoi membri.
 
Ed è con loro che si è riacceso anche il vecchio dibattito sulla riallocazione della popolazione di Hulene.
Alcune testimonianze riportano che le poche famiglie riallocate in questi anni sarebbero state trasferite a Marracuene, ad una ventina di km da Maputo, in una zona di difficile accesso ai servizi sanitari e scolastici, e per questo sarebbero poi tornate a Hulene. Altre famiglie, invece, erano in attesa di riallocazione. “La volontà di trasferirsi c’è” ha affermato un rappresentante della comunità locale, “ma non si sa dove andare”. Attualmente il Governo ha identificato un’area di 60 ettari a Possulane, sempre nel distretto di Marracuene, per trasferire le famiglie colpite dalla tragedia.
 
Tuttavia, l’esigenza di riallocare la popolazione a rischio non è l’unica questione rimasta ad oggi irrisolta. Anche il vecchio e controverso tema della chiusura definitiva della discarica si è trasformato in un urgente problema da risolvere.
Il processo di chiusura dellalixeira avrebbe dovuto concludersi già nel 2014, quando il Governo sosteneva di avere fondi sufficienti per procedere con le operazioni, grazie a un credito disponibilizzato dal governo sudcoreano. Si prevedeva di trasformare l’attuale discarica a cielo aperto in uno spazio verde, trasferendo i rifiuti in una nuova discarica controllata a Mathlamele, nel vicino Municipio di Matola, che avrebbe dovuto essere in funzione già da due anni.

Peccato che ad oggi, nonostante i fondi disponibili, uno studio di impatto ambientale realizzato a marzo 2017, e una cerimonia di inaugurazione, non ci sono stati avanzamenti nei lavori, che da anni risultano bloccati da lunghi e irrisolti processi di indennizzazione della popolazione presente nell’area interessata.

Tuttavia, dopo la tragedia di lunedì il Consiglio Comunale di Maputo ha richiesto il supporto tecnico e finanziario del Governo per procedere con la chiusura della discarica di Hulene. Il Governo, a sua volta, ha annunciato di prevedere la creazione di una discarica controllata provvisoria che funzioni in attesa dell’apertura della nuova discarica di Mathlamele nel 2019.
Ma tra i tecnici e gli addetti del settore regna scetticismo sull’opzione paventata.
Nel complesso la situazione risulta in evoluzione, per quanto riguarda sia le operazioni di risposta all’emergenza a breve e medio termine, sia il processo di identificazione delle istituzioni responsabili per l’accaduto. Il 27 febbraio la Procura Generale della Repubblica ha posto sotto accusa il Consiglio Comunale di Maputo, che sarà indagato per il coinvolgimento nel crollo della discarica di Hulene. La Procura sta attualmente verificando se le responsabilità da imputare al Municipio sono di tipo penale, civile o amministrativo.
LVIA continuerà a battersi per la tutela dell’ambiente e della popolazione, lavorando con le comunità per stimolare il cambiamento e collaborando con le istituzioni mozambicane per favorire la corretta gestione dei rifiuti, nella speranza che la morte di 17 persone non sia vana, e che episodi come questo non si verifichino più in futuro.

 

 

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