Ujamaa: conoscersi per dialogare. I viaggi di conoscenza degli studenti di Cuneo in Africa
Novembre 2007
Autore: gruppo Ujamaa
Durante l’esperienza in Africa, abbiamo tenuto un Diario di Viaggio che esprime le sensazioni e le molteplici emozioni provate: «….per quasi tutti noi è stata la prima esperienza di questo genere ed è difficile spiegare cosa significhi. Chi è partito con poche certezze è tornato carico di dubbi, chi cercava delle risposte ha trovato nuove domande. Il risultato è stato quello di mettersi in gioco, capire che ci sono cose che forse non capiremo mai, che è pericoloso cedere a facili semplificazioni».
Per altri, come noi, che dopo i primi viaggi abbiamo assunto il ruolo di accompagnatori, è stato un rivivere la stessa esperienza, ma da un punto di vista diverso. Questo ci ha permesso di cogliere molti particolari che le prime volte ci erano sfuggiti, perché è stato un rivedere le stesse cose con occhi diversi, con aspettative differenti: la prima volta con la consapevolezza che tutto era novità, la seconda con lo sguardo di chi è partito con la convinzione che la maggior parte delle domande non riceveranno risposte certe.
Proprio l’aspetto più affascinante è stato il passaggio da partecipante ad accompagnatore, perché questo ti catapulta nello stesso mondo con un’ottica totalmente nuova, con emozioni diverse e, grazie alla consapevolezza che «l’essere accompagnatore ti obbliga a pensare molto spesso prima al gruppo che al singolo», scoprire come nei partecipanti alcune certezze cadano nel giro di poche ore, percepire nei loro occhi il desiderio di afferrare una realtà che non si farà mai raggiungere, la curiosità manifestata attraverso mille domande, ogni giorno un po’ di più, per lasciare posto infine ad una realtà diversa da quella immaginata e sperata, ma comunque nuova ed interessante, né bella né brutta, solo a noi apparentemente incomprensibile.
E così è stato per tutti noi: avevamo grandi aspettative e la convinzione (o forse la presunzione) che andare in un posto nuovo, parlare con gente che non vive come noi, ci avrebbe dato la risposta a tante domande. Ma poi ci siamo resi conto che è essenziale essere pronti e disposti ad accogliere non solo ciò a cui eravamo preparati e che quindi eravamo in grado di comprendere e giustificare, ma tutto quanto un’esperienza del genere ha da offrire. «La delusione non è nell’Africa ma nell’idealizzazione dell’Africa», la nostra «mente è spesso troppo rigida ed esigente, chiusa forse».
Durante le due settimane trascorse in Kenya, in Etiopia o in Senegal, l’impressione è stata quella di spiare uno spettacolo da dietro le quinte. Per la prima volta, forse, da quando siamo nati, ci siamo sentiti degli intrusi, ma questo non è stato un male, anzi «è un fatto positivo il sentirsi diverso, è una cosa bella, ti fa capire come puoi comportarti tu nei confronti degli altri, essere dall’altra parte». E’ una strana sensazione quella che si prova, ma assolutamente necessaria alla costruzione di rapporti personali che difficilmente finiranno con il viaggio, specialmente nelle situazioni che più hanno messo alla prova le nostre certezze di occidentali: discariche che diventano fonte di sostentamento per intere famiglie, bidonvilles sovraffollate dove si vive in condizioni disumane, centri di accoglienza per malati terminali di AIDS e per disabili…
Durante ogni viaggio abbiamo incontrato persone con opinioni diverse sulle cause del divario fra Nord e Sud del mondo, sul dialogo tra Africa e resto del mondo, sul ruolo degli attori che operano nei progetti di
cooperazione. Abbiamo sperimentato l’Africa dei turisti ed osservato increduli quella dei poveri, dai parchi naturali alle bidonvilles, dal safari alla discarica, e tutte queste esperienze hanno provocato ogni volta reazioni e discussioni che ci hanno fatto toccare con mano «cosa vuol dire non capire la gente» e ci hanno portato a scontrarci con la nostra presunzione e superficialità nel ritenere di poter risolvere situazioni che in verità sono molto più complesse di quel che appaiono.
Tante nuove realtà osservate in soli quindici giorni lasciano senza parole e solo negli ultimi momenti del viaggio, quando si comincia a capire che questa esperienza sta per finire, il pensiero comune non è quello di non voler tornare perché «lì ci passerei ancora una settimana o due» ma stranamente la domanda che tutti in qualche modo si pongono è: «mi sapranno capire? Riuscirò a raccontare cronaca ed emozioni del viaggio più bello che abbia mai fatto? […] Ho tante cose da dire, ma sono tutte mixate nella testa. Questo viaggio è stato uno shakeramento delle mie idee e aspettative».
Ma una cosa è chiara a tutti: anche se è difficile, bisogna riuscire a rendere abituali le piccole attenzioni che abbiamo avuto in Africa verso i beni che troppo spesso utilizziamo con superficialità, ma ancor più nei confronti delle persone con cui siamo in contatto quotidianamente.
L’impegno che ci siamo assunti al rientro è quello di continuare a parlare di quanto abbiamo vissuto e soprattutto non rinunciare a ricercare delle risposte alle domande che questa esperienza ci ha fatto nascere, per evitare che essa rimanga una vacanza fine a se stessa, senza alcuna conseguenza pratica nella nostra vita di ogni giorno.
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