L’Africa respinge gli Accordi di Partenariato Economico con l'Europa al Summit di Lisbona
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| manifesto contro gli EPA per le strade di Ouagadougou |
dicembre 2007
Nel recente Summit di Lisbona, l’incontro al vertice tra i paesi dell’UE e dell’Unione Africana, 80 capi di stato e di governo si sono confrontati sulle prospettive di partenariato per rispondere alle nuove sfide globali, soprattutto in considerazione dei mutati scenari mondiali, che negli ultimi anni hanno visto dei repentini e profondi cambiamenti: le guerre in Afghanista e in Iraq, l’emergere dei nuovi giganti cinese e indiano. Il continente africano si è reso protagonista di notevoli evoluzioni. Politicamente, anche per il ruolo sempre più rilevante delle organizzazioni sovranazionali, sia regionali che continentali. Ma anche economicamente. E questo interessa molto da vicino l’Europa. Nonostante l’ormai capillare presenza cinese sia nell’ambito commerciale che in quello degli investimenti e delle risorse naturali, l’Europa nel suo complesso rimane il primo partner economico dell’Africa. Ma è un rapporto che va rivisto e aggiornato, per adattarlo alle nuove esigenze dei paesi africani, nel tentativo di far fronte all’invasione asiatica. «L’approccio caritatevole e paternalistico dell’Europa - aveva avvertito qualche mese fa Louis Michel, il Commissario europeo per lo sviluppo e le relazioni con i paesi ACP (Africa, Caraibi, Pacifico) - non funziona più, e deve essere sostituito con uno che possa servire agli interessi di Africa ed Europa».
«Vogliamo un nuovo di tipo di relazioni, di alto livello. Vogliamo una partnership strategica tra i due continenti» gli aveva fatto eco Manuel Lobo Antunes, Viceministro per gli affari europei del governo portoghese.
Con queste premesse si è svolto, il 7 e l’8 dicembre 2007, il Vertice Europa-Africa. Sul tavolo molti temi “scottanti”, dagli Epa – i tanto discussi Accordi di Partenariato Economico - alle politiche europee in materia di immigrazione, ai temi connessi al mantenimento della pace e della sicurezza, alla tutela ambientale. Come da previsioni, gli Epa si sono confermati come il più grosso ostacolo nelle relazioni tra Unione Europea e Africa. Sul resto, ad esempio sulla lotta all’immigrazione clandestina, l’intesa c’è, come ha sottolineato il presidente del Senegal Abdoulaye Wade: «Perché su quel tema c’è stato un accordo paritario tra il Senegal e la Spagna, al quale è seguito un accordo simile già firmato tra Dakar e Parigi e uno in preparazione tra il Senegal e l’Italia».
L'Africa vuole la parità: niente imposizioni da parte dell'Europa
Ad aprire il Summit, gli interventi di José Socrates, premier portoghese presidente di turno dell’Unione Europea, John Kufuor, presidente del Ghana e presidente di turno dell’Unione Africana, il presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso, Hans-Gert Pöttering, presidente del Parlamento Europeo e il presidente della Commissione dell’Unione Africana, Alpha Oumar Konaré. Con un tuonante J’accuse rivolto ai partner europei, Konaré ha affrontato di petto il tema più controverso dello stato attuale delle relazioni tra l’UE e il continente africano, quello degli Accordi di partenariato economico (Ape o Epa, secondo l’acronimo inglese): «È tempo di sotterrare definitivamente il patto coloniale basato sulla schiavitù e sulle postazioni commerciali. Non possiamo più essere solo esportatori di materie prime, non possiamo più accettare di essere solo un mercato di importazione di prodotti finiti». È proprio la questione della parità, del negoziato tra uguali, che sembra stare molto a cuore a tutti. Anche perché, e l’ha fatto notare piuttosto apertamente Konaré, l’Africa è ormai corteggiata da molti attori, politici ed economici. Non solo la Cina, il grande spauracchio per gli europei, ma anche l’India, il Brasile, l’Organizzazione degli Stati americani, il Giappone, perfino l’Oceania. «Il mondo è cambiato, l’Africa è cambiata. E che l’UE non può più permettersi di imporre niente».
Gli EPA visti dall'Africa
Si tratta del nuovo trattato di partenariato che l’UE sta preparando con i paesi ACP, che rimpiazzerà il trattato di Cotonou, che regge l’attuale sistema delle relazioni commerciali con questi paesi. Scopo fondamentale degli Epa è la liberalizzazione economica che, come da tempo denunciano a gran voce le organizzazioni contadine e dei produttori africane, costituirà una grossa perdita per le economie del continente.
Ndiogu Fall, presidente del ROPPA - Réseau des organisations paysannes et de producteurs de l’Afrique de l’Ouest (Rete delle organizzazioni contadine e di produttori dell’Africa dell’Ovest) non usa mezzi termini: «Se verranno firmati, gli Epa porteranno l’Africa sull’orlo del baratro. Impongono ai nostri mercati una competizione che non saranno mai in grado di reggere; una competizione a tutto campo, sui servizi, sui prodotti agricoli, su una serie di settori vitali per le nostre economie. Noi questo approccio lo respingiamo, anche perché è palesemente contraddittorio: l’Unione europea si è formata grazie a un formidabile processo di integrazione che è passato per una forteprotezione dei propri mercati. E ora chiede a noi di svilupparci liberalizzando i nostri mercati. E tuttavia non siamo contrari alla liberalizzazione come principio, ma pretendiamo un approccio selettivo e a lungo termine. Alcuni prodotti devono essere protetti, perché dalla loro produzione dipende l’esistenza di milioni di persone. Non possiamo permetterci la concorrenza dell’Unione Europea su prodotti come le patate, il riso, altri beni ortofrutticoli. Su altri settori – le infrastrutture, il sistema sanitario, i trasporti – siamo disposti a discutere.
Proponiamo quindi di prorogare l’approvazione dei nuovi accordi di qualche anno, periodo nel quale potremmo lavorare insieme all’UE per migliorare l’integrazione regionale dei mercati in Africa, sul modello del mercato unico europeo. L’Europa dovrebbe riflettere sul fatto che affermare di voler costruire una nuova partnership, imponendo al contempo degli accordi che porteranno l’Africa verso la catastrofe, è nulla più che una presa in giro».
Proponiamo quindi di prorogare l’approvazione dei nuovi accordi di qualche anno, periodo nel quale potremmo lavorare insieme all’UE per migliorare l’integrazione regionale dei mercati in Africa, sul modello del mercato unico europeo. L’Europa dovrebbe riflettere sul fatto che affermare di voler costruire una nuova partnership, imponendo al contempo degli accordi che porteranno l’Africa verso la catastrofe, è nulla più che una presa in giro».
I leader africani non ci stanno: un secco no agli EPA
Siamo ora agli sgoccioli della questione. Il 31 dicembre prossimo scade la deroga dell’Organizzazione Mondiale del Commercio che finora ha permesso all’UE di mantenere in vita il sistema preferenziale nei rapporti commerciali con i paesi di Africa, Caraibi e Pacifico (ACP).
Oltre a non apprezzare il merito degli accordi, ovvero l’apertura totale dei mercati dei paesi ACP ai prodotti europei, molti governi africani non hanno gradito neanche il fatto che la Commissione Europea, dopo aver intavolato negoziati con le organizzazioni regionali che formano il blocco ACP, di fronte alle indefesse resistenze di diverse regioni africane, abbia tentato di aggirare l’ostacolo negoziando con singoli Stati. Accordi transitori sono stati firmati con l’Africa orientale, con alcuni stati dell’Africa meridionale e, per l’Africa occidentale, la più agguerrita nell’opporsi agli Epa, con la Costa d’Avorio. A Lisbona, dall’alto del suo ruolo, di presidente dell’organo esecutivo dell’Unione Africana, Konaré ha sottolineato che dal punto di vista dell’organizzazione continentale «l’Africa è una e indivisibile. Bisogna evitare di mettere una regione africana contro l’altra oppure un paese contro l’altro all’interno della stessa regione. Altrimenti - ha continuato - sarà sicuramente possibile ottenere una vittoria di qualche tipo, ma sarà una vittoria di Pirro, basata sulle divisioni e con un costo tremendo per la popolazione rurale e per l’industria africane.
Oltre a non apprezzare il merito degli accordi, ovvero l’apertura totale dei mercati dei paesi ACP ai prodotti europei, molti governi africani non hanno gradito neanche il fatto che la Commissione Europea, dopo aver intavolato negoziati con le organizzazioni regionali che formano il blocco ACP, di fronte alle indefesse resistenze di diverse regioni africane, abbia tentato di aggirare l’ostacolo negoziando con singoli Stati. Accordi transitori sono stati firmati con l’Africa orientale, con alcuni stati dell’Africa meridionale e, per l’Africa occidentale, la più agguerrita nell’opporsi agli Epa, con la Costa d’Avorio. A Lisbona, dall’alto del suo ruolo, di presidente dell’organo esecutivo dell’Unione Africana, Konaré ha sottolineato che dal punto di vista dell’organizzazione continentale «l’Africa è una e indivisibile. Bisogna evitare di mettere una regione africana contro l’altra oppure un paese contro l’altro all’interno della stessa regione. Altrimenti - ha continuato - sarà sicuramente possibile ottenere una vittoria di qualche tipo, ma sarà una vittoria di Pirro, basata sulle divisioni e con un costo tremendo per la popolazione rurale e per l’industria africane.
Konaré non è stato l’unico a tuonare contro gli Epa. Una posizione molto dura l’ha ribadita anche l’agguerritissimo presidente del Senegal, Abdoulaye Wade, annunciando che il suo paese non ha la minima intenzione di capitolare e di firmare gli Accordi promossi dalla Commissione Europea. In un briefing per i giornalisti, Wade ha affermato: «L’Africa non vuole gli Epa. La società civile africana è cresciuta e ormai prende posizione sui suoi problemi, sui grandi problemi. C’è una forte asimmetria tra l’Europa e i paesi ACP, non possiamo accettare di creare una zona di libero scambio con l’UE. Anche perché - ha ricordato Wade - l’esperienza passata non lascia ben sperare. I vari accordi di Lomé e di Cotonou non ha portato niente all’Africa, l’Africa non si è sviluppata come avrebbe dovuto secondo le stime. Perché allora - ha concluso il presidente senegalese - dovremmo negoziare nuovi accordi commerciali? Nessuno ci garantisce che possano funzionare».
La società civile: "Rivendichiamo il diritto ad una politica agricola che rafforzi i mercati africani"
Tre organizzazioni regionali dei produttori africani - ROPPA, PROPAC, EAFF - a cui fanno riferimento circa 160 milioni di agricoltori rispettivamente dell’Africa dell’Ovest, dell’Est e dell’Africa Centrale, avevano già denunciato al Forum sociale mondiale di Nairobi gli effetti devastanti sulla loro economia se i mercati nazionali fossero stati aperti a tutti i prodotti europei: «Sarebbe la nostra distruzione, non possiamo competere con l'agricoltura europea, non abbiamo, attualmente, finanziamenti né strutture adeguate». Alla loro voce si erano unite le organizzazioni di contadini dell’Africa del Sud e dei Carabi (SACAU e WINFA). È un coro unanime che si è levato dal continente africano per chiedere una moratoria di 20 anni prima di varare gli Epa. Gli agricoltori africani avevano rivendicato il diritto di essere coinvolti nelle decisioni che li riguardano e la possibilità di sviluppare una politica agricola africana tale da potersi confrontare alla pari, in futuro, con i mercati internazionali. Ricordiamo inoltre che gli agricoltori europei ricevono 50 miliardi di euro l’anno come sovvenzioni, grazie alle quali possono “svendere” i loro prodotti agricoli in un’Africa che rimane al 70 per cento agricola. Questa è concorrenza sleale, in termini tecnici “dumping”. «Bisogna mantenere una pressione sociale alta per evitare che i nostri capi di stato si facciano convincere dai negoziatori europei. Il grado di sensibilizzazione su questi temi in Africa occidentale è molto elevato e i governanti lo sanno. Nella Cedeao (Comunità economica degli stati dell’Africa Occidentale), ci sono 45 milioni di piccoli agricoltori. Immaginate cosa succede se questi scendono in piazza contro il governo» avverte Ndiogu Fall, presidente del ROPPA.
La LVIA con le organizzazioni contadine: la Campagna EuropAfrica e il Fondo Italia-Cilss di lotta alla desertificazione e riduzione della povertà
La Campagna EuropAfrica: per un’agricoltura solidale e sostenibile nel nord come nel sud del mondo, nasce dalla collaborazione tra organizzazioni di coltivatori tra Nord e Sud del mondo, ong e organizzazioni del commercio equo e solidale, con lo scopo di sensibilizzare la società civile rispetto ai temi della sicurezza alimentare. La Campagna è promossa in Africa dal ROPPA, mentre in Italia il programma è coordinato dal Gruppo di Appoggio al movimento contadino dell’Africa Occidentale – a cui la LVIA aderisce.
Il GA sostiene anche il fondo Italia-Cills di lotta alla desertificazione e riduzione della povertà, stanziato dal Ministero degli Affari Esteri. Nell’ambito del Fondo, la LVIA sta partecipando attivamente al Programma Sahel in Burkina Faso, in Senegal e in Mali, in partenariato con ROPPA. Massimo Pallottino, che per la LVIA sta seguendo gli sviluppi delle attività del GA, ci spiega: «Le attività del GA hanno una valenza di policy, oltre che di realizzazione di progetti. Puntiamo cioè a rafforzare le organizzazioni contadine affinché siano riconosciute come partner, dagli attori nazionali e internazionali, nella discussione relativa alle tematiche della sicurezza alimentare e del commercio agricolo.
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