Crisi in Africa del Nord e implicazioni in Africa Sub-Sahariana: una voce dall’Africa
✔ Emile Ouedraogo, LVIA Burkina Faso
marzo 2011
L’Africa è un continente in cui nascono in modo ricorrente delle crisi politiche dalle molteplici conseguenze: contestazioni popolari spesso represse violentemente, guerre, esodi di massa, esili, xenofobia, carestie, ecc. Queste crisi trovano generalmente causa nella povertà, la miseria, l’assenza di democrazia, di giustizia e di libertà, la cattiva governance. In molti Stati africani queste situazioni drammatiche perdurano da decenni, infettando insidiosamente la coesione sociale.
La crisi economica e finanziaria mondiale di questi ultimi anni ha esacerbato le amarezze che questi popoli contenevano già difficilmente. Allora, con una tale “bolla gonfiata all’estremo”, il tessuto sociale ha finito per esplodere. È il caso delle manifestazioni insurrezionali che scuotono in questo momento il Maghreb e il mondo arabo il cui epicentro è la Tunisia. Coperta in diretta dai canali televisivi e dalle nuove tecnologie dell’informazione e comunicazione (i siti internet, i social network, la telefonia mobile, ecc.), la rivoluzione tunisina è stata vissuta in tutto il mondo e in particolare con un grande interesse dai popoli che anelano giustizia, libertà, democrazia e benessere sociale.
La vittoria della “strada” sul regime politico totalitario di Ben Ali si presenta come una vera lezione di audacia da parte dei popoli oppressi, in particolare quelli degli altri paesi arabi che, per la maggior parte, vivono sotto regimi regnanti totalitari da più di mezzo secolo.
Incontestabilmente, questa vittoria ha preparato il terreno a manifestazioni insurrezionali che sono sopravvenute in altri paesi come l’Egitto, il Bahrein, lo Yemen, l’Algeria, la Libia, il Marocco, la Siria, ecc. Anche se ogni Stato ha le proprie specificità, le lotte portate avanti qua e là hanno lo stesso scopo: far vacillare il regime al potere e instaurare un nuovo ordine sociale dove il popolo avrà il suo posto. Questi movimenti insurrezionali sono l’espressione di un “pieno sino all’orlo”, del “troppo è troppo” delle fasce sociali, dei popoli o dei gruppi di persone che acclamano il loro desiderio di libertà, di giustizia sociale, di democrazia denunciando la loro repulsione della miseria, dell’oppressione, della dittatura, dell’imbavagliamento…
Sarebbe, in questo contesto, disagevole avere la mano di Al- Qaïda del Magherb, anche se queste insurrezioni popolari possono facilmente essere strumentalizzate da diversi gruppi di ogni tendenza (eserciti, militanti, combattenti, ecc.).
Conviene ad ogni modo notare che la caduta dei regimi dittatoriali in Nord Africa segna nello stesso tempo il ritorno in forza sulla scena politica di certi movimenti o partiti politici fondamentalisti per lungo tempo repressi.
Qualunque sia la causa, la crisi nel Nord Africa, seguita da molto vicino e con un certo panico dalle popolazioni dell’Africa Sub-Sahariana grazie alle nuove tecnologie che fanno del mondo un piccolo villaggio, ha numerose e pericolose implicazioni in Africa Sub-sahariana.
In effetti, rari sono i paesi a sud del Sahara che attualmente non accolgono centinaia, migliaia di rimpatriati dai paesi del mondo arabo toccati dalle manifestazioni insurrezionali. Non c’è bisogno di dire che questi rientri di massa non mancheranno di porre a breve e lungo termine ai governi già in difficoltà, dei gravi problemi sul piano sociale, economico e politico. La gestione dei rimpatriati costituisce già in se stessa una questione sociale e politica tardi percepita.
Del resto, un’analisi dei contesti dei movimenti insurrezionali mostra che, anche se i contesti politici sono sensibilmente diversi, i problemi sociali vissuti dalle popolazioni maghrebine e arabe in tumulto non sono diversi da quelli che vivono le popolazioni in molti paesi africani a sud del Sahara: impoverimento delle fasce sociali con il loro concetto di “caro-vita”, cattiva governance, disoccupazione, perdita d’identità e dei valori della gioventù, democrazia di facciata o illegittima, repressione delle libertà fondamentali, perdita di fiducia tra governati e governanti, ecc.
Le crisi successive nel mondo arabo danno delle importanti lezioni sia ai governati che ai governanti. Assistiamo a una rivitalizzazione delle opposizioni politiche nei paesi dell’Africa Sub-sahariana, le quali cercano incontestabilmente di cavalcare il fenomeno arabo per far vacillare i regimi al potere. Dal loro canto, i dirigenti, capitalizzando queste esperienze arabe, cercano di affinare le strategie per prevenire e rimediare a eventuali crisi.
Le diverse manifestazioni virulente in Benin, Senegal, Burkina Faso, Togo del mese di marzo, sono dei segni premonitori?
Il futuro ci dirà.
Per adesso, si assiste in qualche caso ad un indurimento dei discorsi politici da parte delle opposizioni e a discorsi distensivi da parte dei governanti.
Con le recenti crisi politico-militari in Guinea Conakry, Liberia, Sierra Leone e il riemergere del conflitto armato in Costa d’Avorio con le sue numerose e drammatiche implicazioni sui piani sociale, economico e politico dei paesi vicini, bisogna dire che l’Africa al sud del Sahara vive su carboni incandescenti e potrebbe presto infiammarsi a sua volta. In ogni caso, sono presenti tutti gli ingredienti per l’emergere di situazioni esplosive come quelle del Maghreb e del mondo arabo.
I timori che i disordini sociali, questo tsunami maghrebino che si è già esteso spontaneamente in più paesi arabi scuotendo dei colossi politici malgrado la repressione, tocchi i paesi dell’Africa Sub-sahariana, sono grandi. La buona gestione delle implicazioni della crisi maghrebina nei paesi dell’Africa Sub-sahariana dipenderà dal livello di perspicacia, ingegno e diplomazia di cui sapranno fare prova i regimi sotto accusa.
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