“Nessun Presidente ha potuto vincere una guerra contro i propri cittadini”: dal BURUNDI il cooperante LVIA Simone Teggi riporta le speranze e le paure della popolazione

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Mon, 11/05/2015
 
In Burundi, nelle prossime ore centinaia di persone potrebbero scendere di nuovo in piazza, replicando la manifestazione di ieri, domenica 10 maggio, in cui centinaia di donne hanno manifestato per le strade di Bujumbura contro la candidatura ad un terzo mandato del presidente Pierre Nkurunziza alle elezioni del prossimo 26 giugno. Candidatura che secondo gli oppositori violerebbe la Costituzione.
“Chiediamo al presidente di riconsiderare la sua decisione. Speriamo che ascolti la voce delle madri” hanno spiegato le manifestanti, nella speranza che venga mantenuta la pace, dopo 10 anni di guerra civile finita nel 2005 con gli Accordi di Arusha.

LVIA, presente in Burundi dal 1968, segue la situazione nel paese attraverso la voce del suo cooperante Simone Teggi. 

Simone Teggi, da Bujumbura

In queste due ultime settimane dominate dall’incertezza politica, Bujumbura, durante la maggior parte della giornata, ha un aspetto desolato. Poche macchine, pochi negozi aperti, poche persone che circolano, molta polizia in anti sommossa o ben armata in ogni angolo della città, anche i militari sono sparsi un po’ ovunque.

Vivendo in una parte centrale della città, riesco ad arrivare tranquillamente in ufficio, molto vicino alla mia casa. Ma molte strade sono bloccate da barricate e gli scontri tra forze dell’ordine e manifestanti scandiscono le ore della giornata, tra radioline che si sentono vibrare in ogni angolo per seguire le evoluzioni delle manifestazioni e qualche colpo di fucile che si sente nell’aria, a seconda della giornata e della vicinanza ai quartieri presi d’assalto.

I colleghi burundesi dell’ufficio sono spaventati, alcuni non possono arrivare in ufficio perché i manifestanti fanno delle barricate, altri perché hanno paura di lasciare la loro famiglia a casa non sapendo se potranno ritornare, a sera, nel quartiere. La paura è tanta, e ogni avvenimento viene assimilato alla guerra civile del ’93. Ogni persona, sentendo l’escalation di violenza, si ricorda i terribili avvenimenti del passato. Tutti vivono la tensione, e molti vivono scontri giornalieri.

Una collega burundese mi spiega che vuol far partire il figlio fuori dal paese, un’altra mi dice che preferisce dividere i suoi figli e inviarli in due posti diversi all’interno del paese per non rischiare di perderli entrambi ... Tutte le paure vengono a galla ed è difficile mantenere la calma per evitare che l’aspettativa di quello che può accadere faccia degenerare la situazione. Così, molti scappano all’estero per paura di quello che sta succedendo e per paura degli Imbonerakure (corrente giovanile del partito al potere) accusati dal popolo di intimidire la popolazione.

All’interno del paese, le attività del progetto continuano normalmente, con qualche accortezza in più nel raccogliere informazioni e nel rispettare qualche restrizione di orario nei movimenti sul terreno.

La settimana passata sono andato a Ruyigi, Provincia del sud-est del Burundi, una delle zone di intervento della LVIA. La strada era deserta, nessuna macchina, forse per la carenza di gasolio e di benzina che l’interno del paese e  Bujumbura soffrono negli ultimi mesi, ma sicuramente anche per il timore che le persone vivono in queste settimane.

Durante le riunioni con l’equipe, le paure del conflitto etnico tornano a galla, nascoste, ma ancora come vividi ricordi. Si discute assieme tra hutu e tutsi delle paure, delle loro previsioni e di come continuare le attività di progetto, cercando di sdrammatizzare quella paura che attanaglia tutti ma che si cerca di scacciare. Il dialogo è forse tra i segni più belli che fanno pensare che questo paese non torni indietro nel passato. Che abbia imparato dall’esperienza. Come è scritto a caratteri cubitali su un monumento, che vedo sempre lungo la strada per Gitega, in ricordo del massacro degli allievi di una scuola durante la guerra civile: “MAI PIU”.

Molte delle persone che lavorano e vivono nelle province, non potendo più ascoltare le radio private, riescono solo ad avere notizie da parenti e amici che diffondono le loro esperienze e i loro umori, creando a volte anche una percezione strana di quello che succede e condividendo la paura per i loro cari, più che i fatti reali che si succedono.

Infine, la vita continua, sperando ogni giorno che le cose vadano meglio e che si trovi una soluzione umana a un problema apparentemente semplice. Appena si sente una tregua negli scontri, la gente riinizia a uscire e le auto ricominciano a circolare, dando la speranza che tutto possa ripartire nella normalità.

La sera, quando torno a casa dall’ufficio passo vicino ad un campo da calcio con vista sul lago Tankanika. Spesso, e in queste ultime settimane ancora di più, si vedono decine di poliziotti e militari difendere il campo mentre il presidente e la sua squadra “Halleluja” si allenano. Una sensazione strana, percepire la tensione dei colleghi durante il giorno, sentire degli scontri tra manifestanti e polizia e poi vedere questo dispiegamento di forze per far vivere al presidente un rito quasi scaramantico, come a scandire che la vita che continua.
Purtroppo però, la vita continua normalmente per ricchi politici e per noi espatriati, sempre con l’opzione di poter lasciare il paese, ma non per la gente dei quartieri e dei villaggi che fa fatica a campare già normalmente; per loro può voler dire un crollo del debolissimo equilibrio socio-economico che già vivono.

Chiudo con parole di speranza, come ci ha ricordato il Burkina Faso, quando il 31 ottobre 2014  ha cacciato Blaise Compaoré che cercava di candidarsi per la terza volta e come ci ricorda oggi Pacifique Nininahazwe, uno dei dirigenti del collettivo contro il terzo mandato: “Nessun Presidente ha potuto vincere una guerra contro i propri cittadini”.

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